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da fb: PERCHE' BANCHE E MAFIA SONO LA STESSA COSA

Questo splendido articolo lo rititolerei :PERCHE' banche e mafia sono la stessa cosa.
Da quotidiano CALABRIA ORA 12 aprile 2010
l’intervento
Banche, le mani
sui beni confiscati

DI LAURA APRATI
Sicilia occidentale. Calabria
locride. Campania casertano.
Lombardia varesotto.
Emilia Romagna, modenese.
Lazio litorale pontino.
Tante confische, tanti beni
tolti alle mafie, tante attività
che tornano ad essere “legali”.
Un esempio fra tutti .
la “Calcestruzzi Ericina”, nelle mani di
Vincenzo Virga uomo dell’ultimo grande boss
Matteo Messina Denaro, e poi passata allo Stato.
Uomini contigui alla criminalità organizzata
tentano di convincere l’allora Prefetto, Fulvio
Sodano, a disfarsene. Ma lui ha tirato dritto,
l’ha fatta funzionare nonostante i tentativi
di farla fallire e di deprezzarla (dalla testimonianza
di Antonino Birrittella ex mafioso oggi
dichiarante di giustizia). Il Prefetto ne ha
voluto fare un esempio per il territorio. Il prezzo
pagato è stato l’allontanamento dalla città,
diciamo che non era in linea con il pensiero
dominante, ma la Calcestruzzi ha resistito e
grazie a Libera, don Ciotti e ad una banca, Unipol,
oggi è sul mercato, produce inerti anzi,
come dice il suo nome Rose, fa recupero omogeneizzato
di scarti edilizi.
Ma quanti beni sono in questa situazione?
Quanti hanno goduto di appoggi come Unipol?
Don Luigi Ciotti si batte da anni dicendo
che oltre il 30% dei beni confiscati non può
essere usato perché gravato da ipoteche bancarie.
E vista la legge sulla vendita dei beni
confiscati loro saranno le prime a partecipare
alle aste ricomprandoli anche in nome e per
conto di personaggi in odor di mafia.
Ma come è possibile parlare di Agenzia dei
beni confiscati, parlare di togliere i beni ai mafiosi,
inneggiare alla vittoria ad ogni confisca
effettuata e non porsi il problema dell’utilizzo?
Ma soprattutto come è possibile non affrontare
il problema banche? Sono loro il punto
nodale della gestione dei beni confiscati.
Facciamo un esempio, sempre siciliano ma
valido per tutti i territori.
Supermercati Despar gestiti da Grigoli, il
“cassiere” di Matteo Messina Denaro. Confiscati,
dati in gestione ed ora quasi al fallimento.
Perché? Perché le banche non sono più così
elastiche come quando apparteneva ai mafiosi.
Lo scoperto non è ammesso. E in più i
fornitori che una volta aspettavano anche 90
giorni per essere pagati adesso pretendono il
pagamento entro 30 giorni (quando va bene).
Una volta il pane, quello di Castelvetrano, si
comperava solo in quei supermercati. Ora che
è noto che il boss non li gestisce più si può andare
a comperare il pane ovunque. E gli affari
calano e si rischia la chiusura anche perché
essendo sotto amministrazione giudiziaria
non esistono pagamenti in “nero” né per fornitori
né per lavoratori. E le tasse si devono pagare
tutte.
Quanti uomini, imprenditori soprattutto,
decidono di passare alla giustizia e si trovano
sul lastrico perché le banche li considerano “a
rischio”. Passare allo Stato è equiparato a non
essere più un “buon pagatore”.
La domanda nasce spontanea come potrà lo
Stato battere la mafia, oramai sempre più finanziaria
e imprenditoriale, se le banche abbandonano
al loro destino chi non è più mafioso?
E non sono parole di circostanza e di
semplice demagogia ma sono le voci raccolte
tra i tanti che hanno deciso di cambiare la loro
vita e che per ottenere un finanziamento
debbono produrre tanti di quei documenti che
ti penti di voler essere un uomo onesto. Mentre
d’altra parte ci sono aziende che ottengono
fidi pur avendo sentenze passate in giudicato.
“Due pesi due misure che sempre più ti fanno
sentire l’inutilità di essere onesti” (Corrado
Alvaro). Il problema non si affronta perché fare
la guerra alle banche vuol dire toccare i fili
della corrente. Perché le banche controllano i
conti di tante persone che votano, che producono,
che ti possono rifare la casa o ARREDARTELA.


E oggi si uccide molto di più con un conto
corrente chiuso che con la pistola.
Adesso si dice che l’Agenzia dei beni confiscati
è la panacea di questi problemi. Ma già è
iniziata la lotta per avere più sedi tra cui una
a Palermo e forse a Roma. Non è che abbiamo,
trasversalmente, creato un nuovo carrozzone?
Tutto fumo e niente arrosto.
Perché non chiediamo alle banche di diventare
partner delle iniziative sui beni confiscati?
Chiediamogli di tornare a fare quello che fu
la spinta del Monte dei Paschi alla fine del
‘400. Aiutavano gli artigiani a diventare grandi
e poi si riprendevano la loro parte. Non è
un’utopia è un nuovo (vecchio) modo di gestire
il futuro. Quello che gli americani chiamano
“project financing” ma che è nato da noi
secoli fa. Perché lasciare soli uomini come don
Luigi Ciotti che hanno danno la spinta sociale
al cambiamento? Adesso c’è bisogno di risorse.
Non possiamo far morire un supermercato
perché non è più dei mafiosi ridando così
a loro quegli uomini che, da disoccupati, accetteranno
qualsiasi lavoretto anche sporco.
Le banche hanno obiettivi finanziari ma vivono
nella società e ci sono tante piccole realtà
che dimostrano che è possibile fare affari
ed essere vicini ai cittadini e questo senza dover
scomodare il premio Nobel Yunus e il microcredito.
Ma questo vale in piccole realtà,
vale perché si incontra il direttore di banca che
è anche un uomo giusto. Ma non vale per i
grandi numeri.
Ultima provocazione perché il ministro Alfano
non dice quanti soldi liquidi sono nel Fug
(Fondo Unico di Giustizia) che provengono
dalle confische? E quei soldi perché non vengono
ripartiti in percentuale tra le terre dove
sono avvenute le confische (non credo che la
Lega possa opporsi: le confische sono anche al
Nord) così come chiedono i deputati del Pdl
Sicilia (cioè della sua parte)? Sono soldi che gestiti
anche con le Banche potrebbero dare respiro
ad iniziative economiche e sociali alle
aree depresse ed oppresse dalle mafie.
Altrimenti non ci rimane da pensare che è
meglio far “aumentare” la disoccupazione: c’è
più manovalanza tra cui scegliere e gli usurai
avranno più uomini da “strozzare”. E a questo
punto bisognerebbe pensare che lo Stato preferisce
la criminalità organizzata alla legalità.
Laura Aprati